Museo dell’Olio di oliva e della Civiltà contadina

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Veduta dell'altro di Zagarise

Il Museo dell’Olio di oliva e della Civiltà contadina si trova a Zagarise, comune in provincia di Catanzaro e uno dei centri della Comunità Montana della Presila catanzarese. Bellissimo e variegato, il territorio va da 100 m sul livello del mare fino a 1.700 m. Il centro abitato è posto ad un'altitudine media di 650 m e conta una popolazione residente di circa 1.900 abitanti. A sud il terreno scende con dolcezza verso il mare Ionio ed è ricco di vigneti, uliveti e frutteti. Due fiumi, il Sieri e il Castellucci, corrono paralleli aprendo al turista percorsi suggestivi come il sentiero dell’acqua, la Cascata Campanaro ecc. Il panorama è incantevole e il clima ideale, non troppo caldo d’estate né troppo freddo d’inverno; l’aria, grazie alla ricchezza dei boschi, è salubre e ossigenata.

Le origini. Le prime notizie sull’origine di Zagarise (il cui nome, secondo Gabriele Barrio, scrittore del 1600, significa “cosa utile”) vengono dallo storico Francesco Grano che, nel 1570, asseriva fosse sorto in seguito all’abbandono di Barbaro, borgo devastato da una violenta epidemia di peste scoppiata nel 1413. Padre Giovanni Fiore da Cropani confuta questa opinione, documentando la precedente esistenza dell’abitato e affermando che la popolazione in fuga da Barbaro andò solo ad aumentare quella che già viveva a Zagarise.
La sua nascita si può ipotizzare intorno all’anno 1000 e segue le vicende della zona. Ebbe molte dominazioni: fu feudo del normanno Ugo Falloch e di Nicolo Ruffo. Per un lungo periodo, fino al 1669, casale della Contea di Belcastro, passò in seguito sotto la signoria dei Perrone, dei Le Piane e dei De Dominicis.

Chiesa Madre

Storia recente. Nel 1901 il borgo contava 1.784 abitanti, divenuti 2.722 nel 1951; è poi seguito un continuo e purtroppo inarrestabile decremento: oggi ne risultano circa 1.900. L’economia si reggeva sull’agricoltura. Importantissime risorse provenivano dalle rimesse degli emigrati, numerosi come nel resto del meridione. L’isolamento era notevole, come trasporto pubblico ci si poteva avvalere della corriera o di un’unica auto da noleggio; nel 1948 vi erano solo due automobili private: del parroco e del farmacista; in compenso molti possedevano un asino, oggi scomparso e soppiantato dal motocarro. Per la stragrande maggioranza delle persone le uniche opportunità di conoscere altre realtà erano date dal servizio militare e dall’espatriare per lavoro. La strada principale (SS109) fu asfaltata nel 1952 e da allora chiamata “Via nova”.
L’analfabetismo era diffuso. Per informare la popolazione c’era il banditore: uno squillo di tromba e, dopo una pausa per consentire ai paesani di affacciarsi alle finestre o arrivare all’ingresso delle case per sentire meglio, gli avvisi dal contenuto più vario, dall’invito a pagare le tasse dall’esattore che era presente in Comune per la riscossione, all’informazione che si poteva comprare della carne fresca perché era stata macellata una mucca. Fino agli anni Quaranta vi era un solo mulino, ad acqua, fuori dal paese e sotto il ponte denominato, per questo, “del Mulino”. Vi si macinava il grano e, durante la guerra, ceci, granturco, castagne secche.
Il baratto era molto praticato: in un documento del 1957 il canone annuo di un’abitazione viene quantificato in un bucato al mese ed un barile di acqua al giorno. L’energia elettrica arrivò nel 1925. L’acquedotto fu costruito nel 1948; l’acqua si attingeva dalle sorgenti e, per il bucato, si andava alla fiumara.

 

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